R.H. Benson – Cristo nella Chiesa #3

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ROBERT HUGH BENSON

CRISTO NELLA CHIESA

TRADUZIONE DI AGNESE TOVINI, 1936

Visum: In Curia Episcopali, Brixiae, 29 nov. 1948

Imprimatur, Can. Ernestus Pasini, Vic. Gen.

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CAPITOLO TERZO

 

Nel capitolo precedente si trattò della pretesa della Chiesa Cattolica di essere il mistico corpo di Cristo nel quale Egli vive. Non abbiamo ancora portato innanzi argomenti, oltre alle poche significative sentenze della Scrittura e alle analogie con fatti fisici in difesa di quella pretesa; abbiamo soltanto stabilito la posizione. Ma, prima di passare ad esporre argomenti giustificativi di quella asserzione, è necessario mettere in evidenza come altre due o tre asserzioni della Chiesa Cattolica, considerate generalmente come ostacoli all’accettazione delle sue dottrine nel mondo, siano, in pratica, conseguenze inevitabili di quella posizione fondamentale.

 

  1. – E’ del tutto evidente che se la pretesa cattolica di possedere Cristo in ciò che può chiamarsi il suo «corpo della Chiesa» è accettata come ipotesi, si deve ammettere la stessa autorità alla voce della Chiesa come a quella di Cristo. (Io non intendo dire con ciò che i Cattolici ritengano che la Chiesa possa dare al mondo verità nuove, sconosciute agli Apostoli; ma soltanto che quando essa spiega con la sua autorità la rivelazione originaria di Cristo, essa non può, come non poteva Cristo, errare).

Questo è quel supremo ostacolo che i Protestanti ben conoscono, cioè la dottrina della infallibilità della Chiesa. Ora, dal punto di vista protestante, la dottrina dell’infallibilità è, giustamente, assurda e perfino blasfema. Accordate le loro premesse, il loro sillogismo è del tutto esatto: tutti gli uomini sono soggetti all’errore; la Chiesa consiste di soli uomini; dunque la Chiesa è soggetta all’errore. Ma, sulle premesse cattoliche, l’infallibilità è semplicemente inevitabile e evidentemente vera; perché se si ammette che la collettività dei fedeli nella Chiesa Cattolica si unisce con una sublime Personalità, in una unione paragonabile alla coesione delle cellule in un corpo organico, e se si ammette che quella sublime personalità sia divina e infallibile, ne segue che la decisione di quel corpo organico sia la decisione di Dio, infallibile. Se la infallibilità viene attribuita a Gesù Cristo, deve essere attribuita anche nel suo corpo mistico, come nel suo corpo naturale.

Il sistema del «jury», in uso oggi presso le popolazioni più civili, dimostra che il giudizio di un numero di persone che agiscono insieme è maggiormente valutato da tutti che il giudizio risultante dalla somma dei loro voti individuali. Noi diamo senza esitazione a dodici uomini riuniti potere di vita e di morte che difficilmente concederemmo a ciascuno di quegli uomini separatamente. È vero che noi non attribuiamo al «jury» una vera infallibilità, poiché non abbiamo ragione alcuna per credere che il loro giudizio totalitario debba essere confermato e salvaguardato da un tribunale superiore a quello dell’opinione umana; tuttavia noi crediamo che quel metodo di decisione si avvicini il più possibile alla perfezione. Data la loro ipotesi, i Cattolici credono che le decisioni della Chiesa raggiungano la sicurezza assoluta; che la dottrina cattolica, espressa in modo determinato, ad esempio, in un Concilio, debba realmente raggiungere un livello sovrumano di verità, e che la vita stessa della Chiesa pertanto s’identifica e si unisce con la vita stessa di Dio. «Chi ascolta voi ascolta Me… Come il Padre mio ha mandato Me, così io mando voi». «Io sono la vite, voi i tralci». La infallibilità, allora, nell’ipotesi cattolica è una dote essenziale di quel Corpo nel quale pensa e parla la Mente di Dio. Se esiste tale Corpo, deve essere infallibile.

 

  1. – Un secondo punto chiarito da questa credenza è la importanza straordinaria attribuita dai Cattolici alla attuale esterna unione dei membri nella Chiesa. È del tutto vero – e noi non ce ne vergogniamo minimamente – che siamo disposti a girar tutto il mondo per fare anche un solo proselite; è pure vero che guardiamo con estremo orrore quelle infelici persone che furono una volta membri della Chiesa e ora non lo sono più.

Per il Protestante, naturalmente, tale attitudine di spirito è inconcepibile, perché, per il Protestante propriamente detto, non esiste società umana che possa essere più che società umana. Il Protestante può pensare che questa o quella Chiesa sia migliore delle altre; egli può desiderare che i suoi amici appartengano a quella che egli considera migliore; egli può addolorarsi se essi ne escono. Ma per il Protestante non esiste sulla terra alcuna società o scuola religiosa alla quale sia vantaggioso o svantaggioso appartenere. Egli considera perciò il Cattolico che non vuol essere commensale di un apostata, o il convertito, che per la sua conversione rovina la pace della famiglia, come un mostro inumano che dà più valore alle sue aspirazioni personali che ai legami del sangue o della carità: e dal suo proprio punto di vista, in base alle sue proprie premesse, il Protestante ha perfettamente ragione.

Ma al Cattolico, che vede nella Chiesa una società umana (spesso terribilmente umana), ma anche un Corpo nel quale abita Dio, un organismo composto di innumerevoli cellule individuali, ma nel quale dimora una divina Personalità – al Cattolico, che crede che quella società svolge un’opera di redenzione del genere umano come il reale divino Maestro, al Cattolico, per il quale la Chiesa è più che scuola di dottrina, più che il miglior circolo religioso esistente, più che l’Ambasciatore di Dio, più che la Sposa di Cristo – al Cattolico, che vede nella Chiesa non una religione tra mille, ma l’unica, singola e sola, che crede tra essa e le altre religioni non esser possibile stabilir un paragone come tra la creatura e il Creatore – a lui, l’esser membro di tale corpo, cellula di tale organismo è da preferirsi a tutto, e la perdita di tal bene è l’unica suprema catastrofe o delitto. Certamente, il Cattolico ritiene che sia possibile appartenere all’anima della Chiesa senza appartenere al corpo; è possibile quando ciò non dipenda dall’individuo, il quale, pertanto, pur non appartenendovi esternamente vi appartiene internamente; ma comunemente abbandonare il corpo è abbandonare l’anima. In ogni caso chi deve restar solo, cioè non appartenere anche al corpo della Chiesa, è privo di quella grazia e forza di unità che proviene soltanto dal corpo della società ai membri che anche esternamente vi appartengono.

 

  1. – Il terzo punto da esaminare è il seguente. Ammettendo l’ipotesi cattolica, noi, viventi sulla terra membri della Chiesa, abbiamo la stessa personalità ed energia esistenti nella figura di Gesù Cristo duemila anni addietro. E viviamo nello stesso centro, cioè: la natura umana del mondo, umane ambizioni, interessi, virtù, vizi, grandezze, debolezze, ora e allora. Se la ipotesi cattolica è vera, dobbiamo attenderci di trovare ora gli stessi risultati di allora. Come Gesù Cristo fu accolto o rifiutato dal mondo nel quale era venuto, così Egli sarà accettato o rifiutato ora, dalle stesse classi di persone e per le stesse ragioni. Sembra la ripetizione di un esperimento di chimica: si otterranno sempre gli stessi risultati applicando una determinata forza a certi elementi e in certe circostanze; l’effetto uguale dimostrerà l’identità della forza. Se, allora, noi troviamo nella storia della Chiesa Cattolica le stesse situazioni psicologiche esposte nei Vangeli, riproducentisi in circostanze simili – se troviamo, cioè, nella storia secolare della Chiesa una folla di figure del tipo di Pietro, Giuda, Pilato – se troviamo gli stessi commenti, gli stessi paradossi, le stesse accuse, lo stesso atteggiamento critico, gli stessi lampi e tuoni; se troviamo i lebbrosi guariti, i morti risuscitati, cacciati i demoni, e la stessa spiegazione dagli increduli data a questi fenomeni; se troviamo le stesse meravigliose affermazioni proclamate dal mondo, e gli stessi rifiuti, indugi, dubbi, e generose adesioni; se, in una parola, troviamo che nella Chiesa Cattolica, e solo in essa, riappaiono nel quadro della storia umana le interminabili difficoltà, e i fatti contenuti nei Vangeli, la conclusione inevitabile sarà che la stessa Personalità che produsse quegli effetti allora li riproduce ora, e che la pretesa della Chiesa Cattolica di possedere, unica, Gesù Cristo in se stessa non è ingiustificata. Se le circostanze sono le stesse e i fenomeni sono gli stessi la forza dev’essere la stessa.

A questo riguardo un altro punto è da considerarsi.

Nei Vangeli si trovano certi argomenti in difesa della divinità di Cristo. Ora, se la narrazione della resurrezione potesse essere accettata come vera nel suo significato letterale, immagino che poche persone ancora dubiterebbero della divinità di Cristo. Ma precisamente la apparente impossibilità di provare che quella narrazione è vera trattiene molti dall’accettare integralmente la dottrina del Cristianesimo. «Tutto va bene, si dice, ma come posso esser certo che Egli risuscitò?». Si era creduli a quei tempi, avidi del meraviglioso. Coloro che, secondo la narrazione evangelica, l’hanno visto risorto non sono testimoni molto attendibili; inoltre vi sono differenze, almeno superficiali, nei quattro Vangeli; ancora, vi sono innumerevoli difficoltà nello studio critico della Bibbia. Io non sono perciò disposto ad appoggiare tutta la mia vita su una dottrina che non mi è possibile verificare. Egli può essere risorto. Egli può non essere risorto. Io non ero presente e non vidi tale fatto. Per tutto ciò mi sembra più probabile ammettere che gli Evangelisti abbiano ingannato o siano stati ingannati piuttosto che Cristo fosse vero Dio. Sono forse inverosimili l’una e l’altra supposizione; ma, tra le due, preferisco quella che mi sembra meno inverosimile. In tal modo si procede anche per altri argomenti del genere, tolti dai Vangeli in difesa della divinità di Cristo.

Ora, il metodo che io mi propongo di seguire in queste pagine risolve, se non altro indirettamente, tale genere di obiezioni. È vero che io non posso dimostrare ai sensi la resurrezione fisica di Gesù Cristo; ma se fosse possibile mostrare che il fenomeno della resurrezione è caratteristico del Cattolicesimo, che Gesù Cristo risuscita ancora non una o due volte ma ripetutamente nella Chiesa Cattolica smuovendo pietre ben più pesanti di quella che fu posta sul suo sepolcro in giardino; se fosse possibile veder Lui passare attraverso porte chiuse più ermeticamente di quelle della narrazione evangelica, apparire nei giardini all’alba a un amico o all’altro; se, in una parola, «il segno del profeta Giona» fosse un segno del Cattolicesimo ovunque e sempre, si potrebbe giudicare a ragione la narrazione della resurrezione contenuta nel Vangelo come un fatto serio. E se, inoltre, fosse possibile mostrare che tutti gli altri segni della divinità risultanti dai Vangeli sono presenti nel Cattolicesimo, se cioè la storia del Cattolicesimo mostrasse ai nostri occhi tombe che si scoprono, occhi spenti che si riaccendono, moltitudini che vengono saziate, e, soprattutto, si palesasse quello straordinario profumo di divinità attribuito a Cristo, il nostro convincimento verrebbe rinvigorito. Una considerazione di questo genere è stata fatta dal Mallock in uno dei suoi libri. «Io posso comprendere, egli dice (benché non sia cristiano), la pretesa dei Cattolici. La Chiesa dice ai suoi figli: voi dovete credere a questi fatti, perché io vi dico che ne fui testimonio, e voi sapete che io sono degna di fede. Io non vi rimando soltanto a libri scritti ma alla mia continua coscienza dei fatti che è detta tradizione. Voi potete credere con sicurezza al fatto della resurrezione perché io vi ero presente e lo vidi. Vidi, con i miei propri occhi, la pietra cadere e apparire il Signore della vita; andai con le Marie alla tomba; udii quei passi sul sentiero del giardino; vidi, con occhi velati dalle lacrime ma vivi d’amore, Colui che la mia compagna credeva il giardiniere». «Questa è, dice il Mallock, a ogni modo una pretesa intelligibile e ragionevole» (4).

Ora, più o meno, questo vorrebbe essere il mio metodo di ragionamento.

Non intendo rimandare semplicemente alle opere scritte, benché personalmente io le ritenga degne di fede, ma è mia speranza presentare, per modo di dire, la Chiesa Cattolica come la conosco io stesso, affinché la possiate esaminare pure voi, così, da voi stessi. E’ mia speranza di attirare l’attenzione verso ciò che può essere chiamato «una persona» ora vivente sulla terra, ma da duemila anni testimonio dei fatti avvenuti nel mondo, una persona che ha certe caratteristiche, istinti e metodi che sono nel mondo assai valutati. Ma io spero ancora che paragonando ciò che voi potete vedere di essa con gli scritti ch’essa tiene in mano, voi possiate identificarla con ciò che realmente essa è, e riconoscerla, alla fine, nella persistenza continuata di quelle caratteristiche, come nei suoi scritti, unica, come pretende di essere; spero che possiate dunque vedere che nessuna ipotesi, se non la sua attuale divinità, spiega adeguatamente i fenomeni della sua vita. In tal maniera, pure, è possibile compiere i passi della narrazione scritta là dove ad alcuni appaiono manchevoli. Supponiamo ora infatti di avere due manoscritti, e trovare che nei punti leggibili concordano perfettamente; voi siete al sicuro se colmate le lacune di uno con i chiari caratteri dell’altro. Così, se trovate che in molti punti la Chiesa vivente riproduce perfettamente la chiara testimonianza dei Vangeli, siete giustificati accettando la testimonianza della Chiesa in altri punti del Vangelo che a voi appaiono dubbi o difficili.

 

  1. – Finalmente, osserviamo che la Chiesa Cattolica sola ha la pretesa sopra descritta. Si può dire, senza timore di contraddizione, che in nessun’altra delle grandi religioni del mondo, o delle più piccole e presuntuose sette, è stato mai proclamato che il fondatore vive una mistica, ma in senso assoluto reale, vita in un corpo, composto dai suoi seguaci. Vi sono frasi mistiche usate occasionalmente in certe forme di Buddismo, per esempio, che accennano vagamente alla presenza di un Maestro con i suoi discepoli in modo molto intimo e misterioso; ma mai è stato affermato nel Buddismo, nel Maomettismo, nel Confucianesimo, in nessuna forma di Protestantesimo, in nessuna religione di popoli selvaggi, che la gran massa dei fedeli componga un organismo vivente con personalità divina. Mai, se non nel Cristianesimo Cattolico, è stata espressa solennemente l’asserzione, e deliberatamente formulata come principio attivo: «Io sono la vite, voi i tralci»; «Chi ascolta voi, ascolta Me».

È da notarsi, ripeto, che tale pretesa è soltanto della Religione Cattolica. «Io ho letto, dice Sant’Agostino, tutti i saggi del mondo, e nessuno di essi osa dire: Vieni a me». Ho osservato, il Cattolico può dire oggi, tutte le Chiese del mondo, tutte le religioni del mondo e tutte le sette, e nessuna di esse osa porre sulle proprie labbra le parole della vera Divinità. Molti dicono: «Io possiedo la verità, io insegno la via e prometto la vita», ma nessuno: «Io sono la via, la verità e la vita». Nessuna Chiesa, una eccettuata, la Cattolica, afferma di essere attualmente Divina, e di parlare con la voce di Dio. Gli Anglicani non osano scomunicare per eresia; i nonconformisti non lo vorrebbero; i Cristiani orientali separati dalla Santa Sede, benché tengano un nobile coraggioso linguaggio, non mostrano mediante il proselitismo e le imprese dei missionari quella sicura e fiduciosa coscienza di se che la Divinità sempre mostra. Un solo organismo sociale nel mondo, ed è la Chiesa Cattolica, agisce, si muove e parla come soltanto una società consapevole del proprio carattere divino può agire, muoversi, parlare.

Ma il significato della unicità di questa pretesa è moltiplicato, centuplicato se può esser giustificato in ogni modo. Se si può mostrare che tale pretesa è sempre presente al Cattolicesimo; che tutte le azioni della Chiesa sono basate su tale supposizione; che da essa dipende il risultato della sua politica; che i fenomeni «unici» della sua vita è questa stessa asserzione; se finalmente, questa asserzione, pronunciata dalla Chiesa e da Gesù Cristo nei Vangeli, produce gli stessi effetti, inspiegabili senza quella ipotesi, allora, con certezza morale si può giudicare vera quella pretesa. Se, in una parola, Gesù Cristo ha voluto continuare la sua vita nel mondo formando una società come questa, dandole una più che umana fiducia in se stessa, e suscitando effetti senza pari nella storia umana, se Egli è capace di presentare a colui che dubita un corpo come quello nel quale Egli vive, se è capace di stendere mani e costato al tocco dello scetticismo, per provare che Egli, Gesù Cristo, è veramente Gesù Cristo, se è capace ancora di risollevare da una caduta che è più grave della morte, allora è difficile immaginare una risposta che non sia quella di S. Tomaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Perché la chiamata della Chiesa è, nella sua essenza, straordinariamente semplice e dritta. Certamente, si può spiegare quell’invito in termini elaborati e complessi, descrivere, giustificare, offrire illustrazioni, metafore, ma l’invito, in se stesso, è semplice come quello di una madre a un bimbo. Credo esistano opere dotte scritte sugli istinti materni e figliali; si può descrivere un sorriso trattando di muscoli e di nervi e distinguere nelle lacrime il calcio e l’idrogeno e altri elementi e però nulla è più semplice di quel sorriso e di quelle lacrime. E la chiamata di questa complessa società, che pretende possedere la scienza divina e la sorgente di ogni amore, è per tutti diritta e semplice come lo sguardo degli occhi di una donna negli occhi del suo bimbo; tutta la eloquenza dei suoi oratori e la dottrina del suo clero e lo splendore del suo culto può riassumersi in quella frase che dalla divinità soltanto può esser pronunciata: «Venite a Me».

 

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