R.H. Benson – Cristo nella Chiesa #4

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ROBERT HUGH BENSON

CRISTO NELLA CHIESA

TRADUZIONE DI AGNESE TOVINI, 1936

Visum: In Curia Episcopali, Brixiae, 29 nov. 1948

Imprimatur, Can. Ernestus Pasini, Vic. Gen.

***

 

CAPITOLO QUARTO

 

Consideriamo ancora, poiché questi capitoli sono soltanto introduttivi perciò quasi slegati e spezzati, una questione preliminare che non dev’essere trascurata ai fini del nostro studio, che si potrebbe chiamare la questione dei diversi punti di vista.

Mi rendo conto perfettamente che a molti, a coloro specialmente che sono cresciuti in pieno Protestantesimo e ancor più a coloro che sono stati educati secondo le idee del razionalismo, il punto di vista che io ho tentato di descrivere, e che spero di illustrare nei seguenti capitoli, deve sembrare irreale e fantastico. Noi viviamo in un tempo detto «scientifico», tempo, cioè, nel quale la mente umana tende a ritenere non dimostrata ogni tesi che non possa essere enunciata con formula fisica. Spiegherò il mio pensiero con alcuni esempi, in forma allegorica.

Un giorno tre uomini partirono per esaminare una montagna, un geologo, un agricoltore e un artista. Il geologo si occupò della formazione delle rocce, della disposizione degli strati terrestri, dei corsi d’acqua; l’agricoltore esaminò il suolo, l’aria, il clima; l’artista abbozzò i contorni, ritrasse i colori e l’insieme. Ora, ognuno dei tre credette di aver compiuto lo studio sulla montagna; ognuno era fermamente convinto di aver osservato tutti i fenomeni degni di nota. Ognuno avrebbe voluto congedare come sognatori privi di praticità i propri due compagni. Il geologo avrebbe condannato l’agricoltore come avaro, e l’artista come un pazzo sentimentale. L’agricoltore avrebbe condannato il geologo come uno scienziato sognatore e l’artista come un burlone. L’artista avrebbe giudicato il geologo e l’agricoltore come volgari materialisti. Ma a noi profani di quelle scienze, risulta chiaro che ognuno aveva ragione, come ho detto prima, nelle sue affermazioni, e torto nelle negazioni. Le loro osservazioni non erano reciprocamente contraddittorie, benché i punti in comune non fossero che l’esistenza della montagna e la testimonianza dei propri sensi. Inoltre, è evidente che per possedere una cognizione adeguata, compiuta, della montagna si deve tener conto di tutte tre le testimonianze; si debbono conoscere i caratteri geologici, agricoli e artistici della montagna per averne una cognizione profonda e sicura.

La mia parabola non è difficile da interpretarsi.

Nel mondo esiste una montagna – chiamata dai Cattolici la montagna di Dio – la città edificata sopra una collina; ed è circondata da osservatori.

Ad uno essa interessa come vasta società umana, più vasta di ogni altra del genere; essa è ben definita; mostra segni di potenza; è costruita in modo particolare; presenta proprie caratteristiche; essa vive, agisce con forze umane. Questo è il punto di vista dello storico.

Per un altro osservatore essa è una società che agisce soltanto in un senso; il suo suolo può dare solo certi frutti e non altri; essa esercita un certo influsso nelle regioni che la circondano; essa può svilupparsi o morire. Così giudica il sociologo.

Un terzo la guarda sotto un altro aspetto. Essa significa una chiara idea dominante; ha una bellezza tutta sua; in più, essa suscita in chi la studia emozioni e cognizioni; rivela fatti e relazioni che ne spiegano la vita; così parla il fedele.

I punti di vista si potrebbero moltiplicare.

Ora, la tendenza del nostro tempo è di giudicare un solo aspetto come degno di considerazione, di ridurre i fenomeni del Cattolicesimo, e, veramente, di tutte le religioni, a un genere di formule, e di ritenere trascurabili tutti quelli che non possono essere così rappresentati. È evidentemente un modo di giudicare unilaterale e ristretto, simile, a quello consistente nel valutare soltanto la testimonianza del geologo, o dell’artista, o dell’agricoltore e rifiutare le altre.

È semplicemente impressionante l’osservare la cecità di alcuni chiamati «pensatori moderni», specialmente di coloro che danno a se stessi questo nome. È verissimo che essi hanno efficacemente contribuito a raccogliere molte cognizioni di Religione comparata da noi ignorate fin qui. Nessun cattolico intelligente si sognerebbe di condannare il «pensiero moderno» come inutile o errato, in tutte le sue affermazioni; però quel pensiero moderno che si vanta della sua larghezza di vedute del suo potere di «generalizzare» e stabilire paragoni, è caduto, senz’avvedersi, almeno tanto gravemente quanto un ottuso, nell’errore che nessun punto di vista oltre il suo proprio abbia valore, nessun fenomeno abbia importanza se non può essere ridotto nei termini suoi propri.

Non è descritta una Cattedrale se si dice soltanto ch’essa è costruita in marmo di Bath e secondo lo stile gotico, e nemmeno se si dice soltanto che è un luogo dove gli uomini adorano Dio, o dove si eseguisce musica polifonica, o dove un Vescovo ha il suo seggio. Però tutti questi fatti sono veri, e sino a che si ignorano non si può dire che cosa sia una Cattedrale.

Ora, io mi sono proposto di illustrare della Chiesa Cattolica un aspetto familiare ai Cattolici, ma, pare, quasi sconosciuto ai non-cattolici. Si possono trovare molti trattati di valore sulla Chiesa come società umana, come società di preghiera, come ispiratrice e protettrice delle arti, come una Framassoneria, come una forza di polizia per mantener la calma nei poveri, come un rifugio per gli uomini improduttivi, come una casa di studio. Ma i non-cattolici, di solito, sembrano ignorare che vi è un altro punto di vista, infinitamente più significativo – vero o falso – dal quale questa società è guardata, e cioè il Corpo nel quale l’Essere divino dimora tra gli uomini; e allora, senza la conoscenza di tale viva convinzione, tutti i fatti della storia di tale società sono inspiegabili. Sarebbe antiscientifico non tenerne conto, quanto il pensare che sia stato dato conto sufficiente di una Cattedrale senza accennare alle credenze dei fedeli che vi pregano. Non basta ad illustrare il significato della Cattedrale il parlare dei Vescovi a spiegare che la parola Cattedra significa il loro seggio. Un punto più fondamentale sarebbe prima da chiarirsi: perché vi deve essere un Vescovo? La musica polifonica può rappresentare un fatto caratteristico della Cattedrale; ma: perché si canta? L’architettura può essere un gotico; ma: perché c’è un’architettura? Commentatori di questo genere, trattando della Chiesa Cattolica, dicono ch’essa è la società meglio organizzata del mondo; la più complessa e augusta nelle sue credenze; la madre dell’arte; la società più esclusiva in un senso, e più larga in un altro. Oppure, ancora, la denunciano come il capolavoro di Satana, il monumento delle più raffinate ambizioni umane, o l’infelice risultato di complicate condizioni sociali; o un feticcio, la santità del quale è appoggiata soltanto alla superstizione, alle circostanze, alla reciproca suggestione; ed essi sembrano sempre ignorare che innumerevoli ingegni, acuti quanto i loro, dopo un esame di tutte le prove, coscientemente concludono che essa è realmente il tempio di Dio, realmente il corpo umano, organico, sociale, nel quale il figlio di Dio oggi dimora e parla, e per tal ragione, oltre tutte le altre, essa è ciò che è.

Io non mi lagno delle loro affermazioni; non mi indugio a disputare con essi per la luce da essi fatta sulla storia della Chiesa anche nei punti meno onorevoli, sui suoi falli in opere od omissioni, effetto della sua estremamente umana umanità; io soltanto protesto contro la loro ignoranza di altri punti di vista, contro il loro tacito convincimento che i fenomeni che non entrano nelle loro categorie non sono fenomeni, e che ogni notizia o cognizione sulla Chiesa debba essere giudicata priva di fondamento e trascurabile, per la ragione che non può essere espressa con i loro termini.

Questo, dunque, è lo scopo del presente studio, parlare della Chiesa partendo dalla ipotesi ch’essa è veramente il Corpo di Cristo, che essa agisce, parla, vive, come organismo, non semplicemente come agglomerato di unità difettose e fallibili, che la sua azione, la sua parola, la sua vita, è azione, parola, vita di Gesù Cristo. Se io riesco a dimostrare che la vita divina narrata nei Vangeli è riprodotta con fedeltà nella vita della Chiesa, e che le caratteristiche di quella vita sono le caratteristiche della vita della Chiesa, avrò anche dimostrato che essa è davvero ciò che pretende di essere: il solo e unico organo della divina rivelazione. Dunque è necessario tener presente questo punto di vista, almeno come ipotesi. Alessandro VI può essere stato uomo indegno, i Cattolici possono essere, alcuna volta volgari e materiali; ciò non nuoce al nostro ragionamento.

La dottrina della transustanziazione può essere molto difficile; può apparire a taluno che il culto a Maria, come essi lo intendono, sia degradante, o la pratica della confessione umiliante; si possono suggerire spiegazioni ai miracoli di Lourdes, alle estasi di S. Teresa, alla superiorità della città di Roma; tutto ciò non indebolisce menomamente il nostro ragionamento. È necessario ricordare che, se anche sembrassero reali tutte quelle difficoltà, la Chiesa può essere ancora il Corpo di Cristo, ed Egli, di essa, l’anima e la vita suprema.

Peccati di opere o di omissioni da parte di Cattolici, grettezze, malintesi, apostasie, volgarità, tremende sconfitte, tragedie, commedie e perfino stridenti farse, tutto ciò non scuote, ripetiamo, il nostro ragionamento. Nostro Signore fu tradito da un discepolo, rinnegato da un secondo e abbandonato dagli altri; Egli fu il pazzo della corte di Pilato, il giullare e l’oggetto di scherno della corte di Erode. Durante la sua vita terrena «il suo viso, il suo aspetto, fu sfigurato più di quello di ogni altro uomo».

 

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